La risiera di San Sabba, dove finisce l’umanità ed inizia l’orrore

Entrare dentro un lager, dentro un campo di detenzione nazista, ci restituisce la dimensione della follia umana, capace di travolgere ogni livello di moralità per trasformarsi in una condizione di pura disumanità.

La Risiera di San Sabba a Trieste

Parlarne significa mantenerne la memoria. E già  cosi si fa un’opera meritoria di rispetto verso le donne e gli uomini  contemporanei che nel periodo della massima declinazione capitalista, in cui il materialismo ha avuto il totale sopravvento, sono stati avvolti da un progressivo oblio della follia nazi fascista. Arrivare alla risiera di San Sabba a Trieste significa valicare i limiti della follia, entrando in una condizione di annichilimento della persona umana. Per questa ragione, pervaso da una sensazione di perdita, occluso dal silenzio di un dolore sordo in cui venivano ridotti in schiavitù i deportati al campo, ho deciso di usare la telecamera come una semplice testimonianza del vuoto nulla che sa creare la storia quando l’uomo perde la consapevolezza della propria coscienza per barattarla con l’esercizio del potere. Le camere della tortura in cui venivano rinchiuse anche in tre, dentro tuguri da un metro per due, al buio, con una semplice feritoia per respirare. Attiguo, il camino dove i corpi venivano bruciati e che i nazisti hanno rimosso quando si sono visti braccati dalla coalizione che li ha sconfitti.

Dentro quelle mura il silenzio ti riporta il dolore delle urla, delle torture, della condizione disumana di chi ha portato la propria persona a conoscere i limiti del dolore inferto da altri esseri umani trasformatisi in aguzzini. Forse aguzzini per primi della propria smarrita umanità. Non è  un caso che molti di coloro che si trovarono alla sbarra dopo la fine della seconda guerra mondiale dissero che “avevano semplicemente eseguito degli ordini”. Come se una parte della loro stessa coscienza si fosse rifiutata di guardare con i propri occhi l’abominio dei gesti personali.

Vi riproponiamo le immagini della risiera e un documento lì conservato, il discorso che Mussolini fece per annunciare le leggi razziali. Sono i nostri padri, i nostri nonni quelli che davanti al Duce, che l’abominio lo trasformava in carne viva, applaudivano. Lo facciamo per rammentare a noi stessi che la cognizione del dolore è alla base di qualunque azione umana finalizzata al sostegno delle persone. E che si comincia da qui per capire perché l’aiutare l’altro da sé significhi anche aiutare se stessi. Per essere, bisogna essere stati.  È  perché siamo stati sulla strada sbagliata, che possiamo provare a percorrere quella giusta. La memoria è un grande alleato.