Il teatro può mondare i peccati dell’uomo? È in grado di raccontare e di trasferire la forza emotiva della volontà di cambiamento, di una donna violata nella sua intimità? La risposta è nelle parole del teatro epico di Brecht e in quello aristotelico di Sofocle in grado di tradurre sulla scena la forza purificatrice e in qualche modo eretica delle donne; che hanno in sé,quando sporcate dalla violenza patriarcale degli uomini, la coscienza per potersi affrancare dall’imago della femmina rassegnata ad un archetipo, generato contro la sua stessa volontà. Brecht riesce con uno sforzo che va al di là dello stilema del suo “essere” teatrale, a raccontare nel sesto e nell’ undicesimo quadro dell’opera “Madre coraggio” il peso di questi stereotipi con l’audacia della figlia di madre coraggio, Catherine, la quale affronta la violenza maschile e la sua protervia a costo della sua stessa vita.

Presentata nell’ambito della manifestazione “Un teatro contro la violenza sulle donne” voluta dal Comune di Milano, in una sala Alessi gremita di studenti, si sono alternate le voci di alcuni docenti ( Maria Gabriella Cambiaghi dall’università Statale di Milano e Mario Vitaliano) che hanno illustrato in che modo il teatro ha saputo essere la voce delle donne, nel racconto dello stupro non solo fisico ma anche culturale di cui da sempre sono vittime. Offrendo loro il palcoscenico della vita, attraverso il teatro, dove poter narrare quelle urla strozzate rimaste in gola, per la vergogna, la solitudine e il senso di colpa, loro inculcato da una società maschilista e violenta.

Maschile

Maschile essenzialmente represso, non ancora in grado di comprendere la psicologia e l’affettività femminile. Condannato da una congenita incapacità a governare il proprio narcisismo e inadatto a porsi in una condizione d’ascolto verso le donne. Erudito ad affermare la sua superiorità sul femminile attraverso il controllo violento: dichiarando così tutta la sua impotenza. Di qui l’esegesi di un omicidio ogni tre giorni di una donna. Violentata, sparata, buttata da un dirupo o da un balcone, bruciata viva, aggredita con l’acido. Per questo l’orazione del Prof. Vitaliano su Antigone ci ricorda la forza che il femminile già nella Grecia antica ha saputo affermare con audacia e temerarietà allorquando le donne venivano considerate poco più che oggetti. In realtà Antigone è il paradigma di una soggettività morale attiva che, contro le regole, assume il ruolo chiave d’ interprete di una morale umana che soverchia le stesse leggi della ragione. Affermando che il logos può essere superato dalle leggi della trascendenza, relegando il nomos, la legge, ad un ruolo subordinato davanti alla declinazione di valori sovraumani. La donna come espressione di una profondità sconosciuta agli uomini, egoriferiti e fallocentrati, negletti e incapaci di cogliere il valore della diversità, delle radici. Antigone è il riferimento storico del coraggio e dell’eresia, quale pulsione dell’affermazione del profondo e non solo di un io- maschile e narciso. É la condizione femminile che con la morte riscatta l’identità della donna e la porta al centro della crescita sociale, morale e politica.

Maria Gabriella Cambiaghi presenta “Madre coraggio” di Brecht

ttps://youtu.be/EBQB-PI0tWM