BOERI: “NON FACCIAMO FIGLI, SERVONO IMMIGRATI”

Si chiama “Festival del Lavoro”, ed è in linea con l’idea di società della comunicazione che oggi prevale.

Se il lavoro non c’è, il business diventa quello di parlarne, di farne assaporare l’importanza, di portare a coscienza la sua essenzialità, senza che ovviamente nulla si muova. E soprattutto che nulla cambi. E dentro questo assordante silenzio complice, quello che resta sono le battute che ciascun politico offre in pasto al pubblico: “rivedere le norme, approntare un nuovo impianto legislativo in linea con la contemporaneità, avviare il cambiamento”. Parole, ovviamente, in attesa di capire cosa sono le bollinature.

In questa approssimata definizione di convegno, tradotta nell’ennesima “Isola dei Perduti”, nell’ennesimo show televisivo, i giornalisti sono pure quelli sempre gli stessi: c’è quello della Radio di Confindustria, c’è il moderatore della tv Mediaset. Mai una volta che ci sia un precario a fare una domanda su come si superi la precarietà. Nell’esorcizzazione della fiera delle banalità, càpita d’inceppare anche in qualche domanda la cui osservanza nella risposta richiederebbe una presa di coscienza collettiva, nella direzione della responsabilità. Per esempio a Tito Boeri, presidente dell’Inps, domandano se l’immigrazione, quella legale, quella che non ha la fastidiosa e disturbante iconografia del ragazzo di colore che si è fatto il deserto a piedi e poi una traversata in mare in balia del destino, sia oppure no necessaria.

E a Boeri, che ama il ciclismo, che ama pedalare, scappa di dover raccontare la verità. E quindi dice che l’Italia ha bisogno di immigrati, perché non facciamo figli. E anche se cominciassimo a farli oggi, potremmo contare su quella forza lavoro per pagare le pensioni di adesso, tra non meno di vent’anni. Tradotto: vuol dire che per almeno i prossimi venti anni continueremo a imbarcare e ad accogliere immigrati. Semplicemente perché sono necessari. Con buona pace di quanti in politica pongono la questione immigrazione come centrale nell’agenda politica.

Quando è evidenza empirica che il problema vero è che la crisi del capitalismo e la sua incapacità di generare valore a seguito della disintermediazione prodotta dalla tecnologia, richiederebbe un impegno a individuare nuove soluzioni per crearlo, il lavoro. Che importa, tuttavia. Meglio parlarne e farne un uniforme chiacchiericcio di fondo. La fiera delle vanità. Nel narcisismo affonda la deresponsabilizzazione di un’intera generazione. Così parliamo di immigrazione dove e quando non serve. Giocando a nascondere la verità. I conti pubblici e anche quelli privati, per esempio, non tornano. Non resta che mimetizzarsi e se possibile evitare anche di cercare la verità. Poi c’è chi dice No. Bersi tutto, non sempre si può. Per costruire una casa occorre farlo dal basso. Noi pensiamo che prima occorra crederci. Non a caso ci chiamiamo Milano Positiva.

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