Milano Positiva ritorna a parlare del caso Ultras dopo l’ennesima decisione farsa. Impariamo dagli inglesi

In caso di ululati sospenderemo le partite. Anzi no, alla seconda partita sospenderemo. La Federazione Gioco Calcio aveva promesso che dopo quanto accaduto lo scorso dicembre a San Siro, durante Inter Napoli, non sarebbe stato tollerata alcun’altra sconcezza, alcun altro insulto verso i giocatori di colore o contro l’appartenenza etnica di una delle squadre in campo. Pronti, via. È ripartito il campionato a San Siro sono ricominciato gli insulti, e tutto è come prima. Se vogliamo anche peggio. Prima di tutto perché il giudice sportivo si è limitato ad un’ammenda verso quegli ultras che per la miliardesima volta hanno usato lo stadio come personale cloaca per insultare i tifosi avversari. Soprattutto però ci siamo pure sentiti fare la morale dagli stessi ultras ( non facciamo nomi: non è il colore di una squadra che conta, ma la logica stessa degli ultras che segue una condotta paranoica e violenta e che in quanto tale va curata con sane dosi di carcere e di gruppi di psicoterapia) i quali hanno trovato ampio spazio sui giornali sportivi. L’accusa l’hanno mossa loro al giocatore del Napoli calcio Koulibaly, accusato di aver strumentalizzato gli ululati per giustificare la propria espulsione figlia di un inopportuno applauso all’arbitro. Insomma siamo in presenza di una soggettività autentica che rivendica il diritto all’esercizio di un ruolo disciplinato, quello dall’ultras. Un riconoscimento che può di conseguenza essere fatto valere persino dopo quelle immagini di Via Novara. Quelle in cui gruppi di ultras di una fazione ne aspettano degli altri, di fazione opposta, armati con coltelli e martelli. A una data ora scatta l’agguato, uno di questi perde la vita, spezzando con dolore le radici di una famiglia, e tutto questo viene considerato “logica ultras”, sanzionabile una volta allo stadio con un’ammenda. Siamo in Italia e quindi tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Si può fare di più? Certo che si. Basterebbe volerlo. Come in Inghilterra. Guardate le immagini tratte dal Tg3 qui sotto. Durante Chelsea- Manchester City dell’8 dicembre scorso a bordo campo un distinto signore di 60 anni, Colin Wing, manager di una multinazionale, viene beccato ad insultare il giocatore del Manchester per il colore della sua pelle. L’uso delle telecamere ne ha permesso il riconoscimento. L’azienda per cui lavora l’ha licenziato in tronco. Il Chelsea lo ha bandito dall’entrare allo stadio, ed ora è sottoposto a processo penale. Lui è sulle prime pagine di tutti i giornali. Tutti sanno, adesso, quanto vale come uomo.

Se facessimo così anche noi?

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