Una ragazzina dai capelli corti, vestita come un maschio e per questo bullizzata dai compagni di classe. Un’alienazione sistemica arrivata al punto di costringere la ragazza ad indossare una maschera: “aggredivo per non essere aggredita”. Nella giornata mondiale contro il bullismo, Iocisonoetu, racconta attraverso questo servizio del Tg1, quanto fragile sia la generazione dei ragazzi di oggi, che per un ciuffo di capelli più corto o più lungo, oppure per l’abitudine a voler trasgredire indossando vestiti maschili più che femminili, possono indurre una giovane ragazzina all’isolamento. Il tutto causato dallo stillicidio di insulti, di parolacce, che in una comunità scolastica possono attecchire, laddove prevalga l’istanza cameratesca di voler generare lo stigma sulla vittima di turno su cui scaricare la propria personale frustrazione

È un discorso complesso ma potremmo anche semplificarlo così: quando per 50 anni ci si è occupati di creare consumatori e non persone, è ovvio che il conformismo e i relativi stigmi per chi vi si dissocia diventano una condizione quasi inevitabile. Quando una griffe diventa paradigma di un modo di essere, quando il camuffamento diventa stereotipo, è ineludibile che la maschere di Pirandello, diventino parafigma del vuoto collettivo che un certo capitalismo ha prodotto. Di fronte al vuoto, abbiamo proceduto alla sua medicalizzazione attraverso l’ospedale, di cui il Fatebenefratelli di Milano è positivo esempio ma comunque parziale rimedio. Non è infatti la medicalizzazione di una malattia geneticamente proddotasi all’interno del corpo sociale e della sua cultura la vera soluzione. Non sarà un camice bianco, a offrire una stampella, per quanto utile, a sostegno di questi ragazzi spaventati dalla vita. Una volta il bullismo, che pure c’era, aveva una risposta sociale: il rovesciamento delle verità date. La rivolta come metodo, partiva dalle zuffa a scuola, in cui le si davano e le si prendevano. Ogni generazione, ogni persona, ha conosciuto un compagno attaccabrighe di cui aver paura. C’è stato un tempo in cui la rivolta, menando le mani, assottigliava quel processo diventato oggi una fenomenologia diffusa di complessità. Arrivava il giorno in cui a quel compagno o a quella compagna attaccabrighe si tirava un ceffone o un pugno. Così anche il bullo scopriva di poterle prendere e di potersi fare male. Spesso finiva lì: ti lasciavano stare perché sapevano che con te “non era cosa”. Oggi questa pletora di ragazzini con indosso vestiti firmati, ha paura della propria ombra. E se qualcuno l’importuna hanno mamma e papà pronti a difenderli. Una volta “lasciavano fare alla lunga mano del mercato”. Quando un bullo sentiva il peso di un’altra mano sul suo viso, si rimetteva in riga. Erano i tempi di un’Italia più agricola e contadina. Più semplice. In cui faccia libro era il libro in volo sulla tua faccia se continuavi a rompere. Oggi Facebook ha cambiato tutto. Ecco il servizio del Tg1 sul Fatebenefratelli di Milano

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