È un classico tra gli stereotipi italiani: la violenza contro le donne in Italia comincia dentro le famiglie. Comincia da bambine. Comincia con la consuetudine di considerare una figlia un po’ più debole del figlio maschio. Comincia con il considerare che il maschio possa concedersi qualcosa in più della figlia femmina. La violenza sulle donne comincia quando un padre guarda con giudizio, sospetto e disgusto il reggiseno di pizzo della propria ragazza, ormai quattordicenne. Quando un filo di rossetto e una minigonna per andare a ballare in discoteca, anziché essere considerati un segnale di emancipazione e di affrancamento da una condizione di bambina, diventa il motivo per qualificare quel dress code come tipico di chi esercita il mestiere più antico del mondo, quello è il momento in cui si crea lo stigma, la condizione culturale per marginalizzare la condizione femminile, per condizionarne la libertà al punto da fermarne l’istinto di libertà, al punto da far sentire quella ragazza colpevole di qualcosa da cui dovrà sempre guardarsi nei mesi e negli anni successivi. La colpa è semplicemente essere donne, la colpa è semplicemente quella di voler piacere a se stesse, la colpa è quella di voler giocare nella vita, come sempre andrebbe fatto e come sempre viene concesso a chi è di sesso maschile. Invece appunto se nasci donna nasci con la condanna di doverti portare addosso lo stereotipo di voler “provocare”. Che tu abbia un paio di jeans attillati, che tu abbia una minigonna, un décolleté particolarmente generoso, ci sarà sempre qualcuno pronto a giudicare il tuo modo di esprimere il senso di libertà che hai dentro. E il mostro spesso non è l’orco nascosto in qualche casa in città. L’orco non è l’insospettabile professionista tanto amato dalla cittadinanza. L’orco è spesso dentro le mura di casa. Perché l’orco è il primo che desidera la sua preda, che spesso non può possedere. E dentro casa diventa l’architetto della paura. Una paura costruita su misura giorno per giorno sulle spalle della donna. La quale non sa di non doversi guardare le spalle, ma di stare attenta a chi ha di fronte. Perché nessuno gliel’ha mai detto