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Sono parte del nostro corredo culturale, del nostro patrimonio onirico e visivo quotidiano. Le botteghe storiche di Milano sono un pezzo della nostra storia, della nostra vita, dei ricordi, della giovinezza dell’adolescenza e della vecchiaia di molti di noi. Da Motta a Sanguinetti, dal Ristorante Santa Lucia alla Barberia Colla, di esempi potremmo citarne centinaia, esiste un patrimonio culturale d’impresa che poco alla volta rischia di essere sussunto dal vortice globalista che risucchia e cancella come un’idrovora e poco alla volta si porta via pezzi della città e della storia di Milano. Per questa ragione l’intervento delle istituzioni lombarde, dal Comune di Milano alla Regione Lombardia, hanno il giusto intento di proteggere e conservare parte della memoria storica della nostra città, spesso strozzata dalla voracità di un mondo d’impresa che alimenta la cultura del più forte ( economicamente) anche se magari privo di qualunque valore, anche se espressione solo del capitalismo peggiore, quello per cui il profitto conta più della bellezza, ragione per cui alla dolcezza di piccoli locali distribuiti nei centri storici si preferiscono pornografici centri commerciali pieni della boria vorace d’impresa d’assalto, pronti a piazzarti qualunque bene di ultima generazione che si consumerà nell’alveo di dodici mesi. Perché la grande distribuzione coltiva anzitutto dei consumatori cui garantire la propria dose di dipendenza, non la costruzione di una partecipata morale comune. Tutelare le botteghe storiche significa garantire un patrimonio di rapporti che in altro modo sarebbero consumati dalla logica dell’approvigionamento ossessivo e vorace, dall’assidua ed alimentata abitudine di spendere per avere e di appartenere in funzione del possesso. In realtà una forma di non appartenenza che coltiva fantasmi di uomo. Il vuoto nulla. La bottega storica coltiva le idee dietro le quali ci sono, ancora per un po’, persone.

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