Catherine Spaak è un’attrice e una presentatrice che dalla Francia è venuta a lavorare ancora diciassettenne, nel 1966, in Italia, protagonista del film di Mario Monicelli “l’Armata Brancaleone”. Molti giovani forse oggi non la riconoscerebbero ma i trenta quarantenni di oggi invece se la ricordano benissimo. La Spaak ha condotto diverse serie televisive su Raitre dedicate al rapporto tra l’universo femminile e quello maschile e prima ancora, negli anni 70 e 80, è stata, appunto, un’affermata attrice. Ebbene proprio in quel ruolo, ha raccontato nei giorni scorsi, in particolare sul set dell’Armata Brancaleone, l’atteggiamento di un cast che, data la sua giovane età ed avvenenza, l’ha trattata con scherno e con un’evidente attenzionamento per la sua procacità femminile, rimasta intatta probabilmente per il timore causato dall’età: la Spaak era ancora minorenne. Ciò non ha impedito, oltre a fastidiose attenzioni, alla nota attrice francese, d’aver successivamente subito anche l’arresto negli anni 70 in Italia per essere stata una madre che viveva da sola con una figlia piccola che le venne sottratta, è lei a raccontarlo, perché facendo l’attrice doveva pertanto essere considerata alla stregua di una meretrice. Sono queste, del resto, le basi culturali del patriarcato italiano, che da sempre fanno da contesto al rapporto tra uomo e donna in Italia. La Spaak tra l’altro, ha scritto un libro di rara bellezza, dal titolo: “Da me”. In quel libro racconta i trascorsi paterni. Un giorno il padre, lei aveva 4 anni, la prese in braccio, la mise in cima ad un armadio e la invitò a buttarsi tra le braccia del padre. Cosa che lei puntualmente fece, fidandosi dell’amore del papà. Il quale invece, dopo averla invitata a buttarsi dalla cima dell’armadio tra le sue braccia, si voltò e la fece volare per terra. “Impara a non fidarti mai di nessuno, neppure di tuo padre”. Questo è l’asserto, il paradigma del patriarcato universale, quello cioè di aver a lungo considerato la donna un oggetto verso il quale voltare le spalle, o negare la coscienza di un’identità. È stata considerata cosa lecita. Una lezione per le nostre generazioni da tenere sempre a mente. La violenza infame contro le donne, l’esercizio del bullismo contro i più deboli nasce da un atto di forza in genere esercitato in ragione di un sostegno anche culturale offerto dai media, dai social oggi, da una letteratura e da un dominio spirituale e razionale indotto da correnti che mescolano laicità e religione che si affermano per consuetudine e rassegnazione. Oggi non è più così, perché la vita è diventata una vetrina trasparente dove l’egemonia di un pensiero unico viene spezzata dalla forza del dissenso, dalla forza di dire no e così facendo, riuscendo a fare proseliti, contro l’arroganza dei prepotenti. Alla violenza e al bullismo cominciamo a dire no, denunciando tutto. Anche quello che nel passato è stato considerato normale.

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