Esiste una festa in Italia, che rappresenta il paradigma della demagogia, del razzismo e dell’idiozia compiuta. È la festa dell’ 8 Marzo in cui appunto compiutamente da una lato si festeggia la femmina, la donna e la sua dignità mentre allo stesso tempo, con la stessa festa, se ne offende la dignità e il rispetto. Festeggiare qualcosa che dovrebbe essere normale imporrebbe l’obbligo di interrogarsi sul senso delle cose che facciamo. A Maggior ragione in un Paese in cui molti padri di famiglia considerano le loro figlie adolescenti che indossano una minigonna e un po’ di rimmel con il rossetto, delle ragazze “facili”, sgualdrine prestate alla curiosità morbosa dei maschi, anziché considerale semplici adolescenti che esplorano il mondo delle relazioni, degli affetti e della sessualità. Una violenza perpetrata ormai da decenni grazie al patriarcato italico che da sempre protegge sul piano culturale la.protervia maschile tanto da inficiare non solo la morale comune, ma persino il diritto se è vero com’è vero, che l’ultima sentenza sul delitto di Olga Matei a Riccione sancisce sul piano culturale ( vedremo se pure sul piano giuridico) il ritorno alla liceità del delitto d’onore. Davanti a tanta incoerenza e violenza collettiva e di Stato, non dimentichiamo il caso dei due giovani carabinieri che si sono sentiti in diritto di accompagnare a casa due giovani studentesse americane a Firenze per poi provare a sedurle sessualmente, se così vogliamo definire i loro gesti, non rimane che prendere atto che l’incoerenza nasce dal qualificare come legittima una festa che in realtà reca con sé i germi di una illogica e illecita considerazione del corpo e dell’anima della donna. Lacerata e violentata ogni giorno, sui media e sui social, con l’antico disprezzo di sempre, per cui alla fine una donna “è soltanto una troia”. Recentemente un noto dirigente che si occupa di analisi dei big data ci ha detto: “Se andiamo a vedere quali pagine sono più lette sui social ci accorgiamo che siamo ancora all’età della pietra”