Warning: Undefined array key "HTTP_REFERER" in /customers/7/4/6/iocisonoetu.it/httpd.www/wp-content/themes/Divi/Divi.template#template on line 43

La notizia è di qualche giorno fa. Una badante ecuadoregna è stata condannata per abusi nei confronti di una signora anziana per cui lavorava. È accaduto nella nostra città, dopo che il tribunale ha riconosciuto la donna colpevole di maltrattamenti verso una coppia di anziani ottantenni, colpiti da demenza senile. La donna aveva precedenti per furto, era già stata licenziata da una struttura di assistenza eppure era stata accreditata dal Comune, secondo quanto riporta il Corriere della sera Quello che stupisce nell’intera vicenda ovviamente non è solo la crudeltà di una donna che arriva a legare e a fare male ai dei pazienti. Quello che stupisce è come sempre che faccia più rumore uno solo che fa male piuttosto che cento che fanno bene. Perché nella città di Milano le badanti sono centinaia, seguono i nostri anziani, li accudiscono mentre i singoli appartenenti ai nuclei familiari sono al lavoro.

E soprattutto nella maggior parte dei casi lo fanno con grande sensibilità verso anziani che potrebbero essere i loro genitori che nel frattempo se ne stanno dall’altra parte del mondo. E come sempre in questi casi di chi fa bene, di chi risponde con responsabilità delle proprie competenze, non si racconta nulla. Fa parte del gioco della comunicazione. Se la notizia parla di sesso sangue soldi sport e spettacolo, allora è una notizia ( nel caso di specie rientra tra la seconda e la terza fattispecie)

Invece se semplicemente accudisci, da badante, un anziano che potrebbe avere l’età di tuo padre e tua madre, che parla un idioma diverso dal tuo, ma che in un linguaggio internazionale dell’amore, sa corrispondere quelle attenzioni con la gratitudine di uno sguardo, allora tutto questo non è degno di essere raccontato, riconosciuto, gratificato. Consegnando alle storie della cronache solo quanti quel dono, la solidarietà, la ripudiano anzitutto per se stessi. Ecco sarebbe bello recuperare quel pezzo di coscienza, smarrito nell’insensatezza del silenzio assenso, per cui non si commenta mai la bellezza, né la si rammenta e si coglie l’occasione per denigrare quanto di bello viene fatto con un disinteresse colpevole