No, non era destino. Sono le 11 del mattino quando durante la Stramilano, in Via Guido D’Arezzo, un podista di circa 50 anni, si accascia al suolo. È in arresto cardiaco e, davanti a migliaia di persone, sta per spirare. Dietro di lui però si trovano tre distinte persone. Una è un’infermiera dell’Ospedale San Carlo di Milano. Si chiama Sara, ha 25 anni. Accanto a lei ci sono due anestesisti dell’Humanitas. Sono tutti e tre in gara, sono tutti e tre esperti nel curare le persone, sono tutti e tre lì, per caso o per destino.

Attratti dalle urla di chi indica una persona a terra esanime, Sara procede subito con le manovre di rianimazione cardiaca. Un massaggio che salverà la vita al corridore che verrà trasportato d’urgenza al Policlinico di Milano. Vivo, grazie al tempestivo intervento, dei tre ragazzi.


L’uomo vedrà salva la propria esistenza grazie a quel massaggio che permetterà la riattivazione del cuore. Tutti e tre riusciranno a concludere la gara. Arrivando per ultimi ma applauditi dalle persone che all’arrivo nel frattempo erano stati informati del gesto dei tre ragazzi.


Alla consegna della medaglia però Sara chiede ne venga assegnata una quarta. È per la persona colpita dell’arresto cardiaco. “Voglio consegnarla di persona a lui al Policlino, dov’è stato ricoverato”. È il cuore di Milano, quello che batte. Quello per cui occuparsi degli altri significa occuparsi anche di se stessi. Lo stesso sapore vissuto, in modo mediaticamente più esposto, dai carabinieri intervenuti per salvare i 51 bambini del bus in autostrada.

Non si può essere felici se non lo sono anche le persone che ti sono accanto. Così cresce il cuore di Milano. Questa la migliore testimonianza di cosa significhi avere a cuore gli altri. Il capoluogo lombardo come sempre fa da capofila ad un’idea di città diversa da quella che la vorrebbe solo coinvolta quando di mezzo ci sono i soldi. Una smentita, una volta di più. O una conferma, semmai.

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