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L’ultima storia è di pochi giorni fa. Un ragazzino preso per il collo e sbattuto per terra da un proprio compagno di classe. La madre della vittima che si rivolge ai servizi sociali e chiede venga fatta una verifica sugli insegnanti per omesso controllo.

Una storia come molte, emersa una volta di più perché in questo caso qualcuno, la madre del ragazzino di una scuola media di Lecce, si è rivolta ai servizi sociali e alle autorità per chiedere una certificazione sull’effettiva responsabilità degli insegnanti rispetto alle condizioni di soggezione psicologica in cui suo figlio è venuto a trovarsi.

Un racconto come molti altri, e chissà quanti sono quelli che non vengono denunciati, che narrano in particolare di una società ferita. Una lesione che sanguina, nel corpo sociale della famiglia, dentro al quale la mancanza delle regole, genera questo tipo di fenomeno. Una ferita indotta dal narcisismo da cui da tempo sono afflitte le famiglie. Impaurite dal loro bisogno di essere riconosciute, nelle figure genitoriali, dall’amore dei loro figli. E non solo: la ferita è anche conseguenza del bisogno di vedere nei propri figli dei soggetti di successo, per compensare l’infelice insuccesso dei sogni genitoriali che proiettano sui propri pargoli, il desiderio di essere attraverso di loro quello che non sono diventati. Così si declina il senso di un depauperamento di valori.

A partire dal rispetto, che si è con il tempo trasformato in un permissivismo al servizio delle istanze del capitale. In cui il soddisfacimento dei propri bisogni passa attraverso il continuo acquisto di beni materiali, e nella conseguenza di non sapere dire di no a questa voracità incontrollata, nel timore di perdere l’affetto dei propri bambini. Insoddisfazione perpetua, atta a compensare la ferita profonda di non essere ciò che si era atteso di diventare, alimenta l’aggressività dei ragazzi, sempre più incapaci di elaborare la domanda di affetto che emerge dal profondo. Ferita che si traduce dal nucleo familiare ai propri figli, soprattutto per lo smarrimento psicologico del ruolo paterno, non più capace di esercitare un ruolo normativo ma anche attributivo di deleghe e riconoscimenti, ai propri ragazzi. In questa stasi, si dispiega il fenomeno del bullismo. In un’ansia che non trova sbocchi.