Il Salone del Mobile è come il carnevale. Ogni scherzo vale. Negli ultimi anni poi, con la scusa che l’arte deve saper provocare, abbiamo visto di tutto. I finti scimmioni e un bagno pubblico, adibiti a luogo di culto, per i visitatori all’Università Statale. Un enorme immondizzaio trasformato in una poltrona davanti al museo di Brera. Quest’anno la poltrona di Gaetano Pesce davanti al Duomo, rappresentazione plastica, a suo dire, della femminilità offesa, in realtà paradigmatica rappresentazione, a detta di molti, di enormi testicoli maschili, efficace espressione ontologica dell’opera in sé. De gustibus non disputandum, insegnano i nostri padri, rimane tuttavia la curiosità di sapere perché questi designer con oggettive rimozioni inconsce delle ferite provocate dalla castrazione paterna, che li hanno indotti a permanere in uno Stato primario di oralità, quando non anale secondo lo schema freudiano, debbano a tutti i costi esprimere il loro disagio inconscio ( e spesso anche sul piano dell’Io) andando ad inquinare la naturale bellezza di una comunità come quella milanese, con le loro complessità psichiche, espressione appunto di un disagio rimasto a lungo latente e che trova una sua compiuta espressione nel mostrare tutta la sua inquietudine mediante orripilanti opere. Uno dei tentativi che con pervicace convinzione questi esegeti del brutto tentano di porre in essere di anno in anno, è quello di qualificare l’orrido dell’Es, in forma d’arte, anteponendo l’angoscia esistenziale al rispetto del bello. È già accaduto occupando, ma sarebbe più corretto dire “violentando”, una delle sale più belle del mondo: la sala degli specchi di Palazzo Clerici, un capolavoro assoluto di sublime perfezione, con la volta del Tiepolo a fare memoria della sua incommensurabile meraviglia, in cui il concetto di bellezza assume un portato di trascendenza, che gruppi di turbati glottologi della nefandezza psichica umana, hanno tentato più volte di violare. Siamo tuttavia nel periodo storico del tramonto dell’Occidente, e dunque va compresa la cognizione del disgusto cui siamo costretti giorno dopo giorno. Potremmo tentare una rivolta sociale con i gilet marroni, che rappresenterebbero in modo indicato il simbolico colore dell’appartenenza di questa manifestazione. Business is business, comunque, il salone del mobile muove ingenti quantità di danaro e un’intensa mole d’interessi, nonché l’annacquata creatività italiana, per cui fermarla – la manifestazione – non è proprio possibile. Appartiene al feticcio del moderno capitalismo, per cui dove ci sono i soldi c’è casa, secondo un adagio della contemporanea cultura degli affari. Sarebbe tuttavia interessante creare una sezione medico – psicologica del Salone del Mobile, per specificare di quale malattia esattamente soffrano tutti i creativi che finiscono con il parteciparvi. Avremmo di certo un interessato intervento delle case farmaceutiche che potrebbero incrementare il fatturato nella vendita di sostanze psicotrope. Difficile credere che le aziende farmaceutiche non siano d’accordo con quest’opportunità imprenditoriale. Business is business

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